lunedì 16 luglio 2012

Alien origin

Found footage
2012
di Mark Atkins

Disponibile in ITALIANO

Per cavalcare l'onda di Prometheus, il prequel-nonprequel o quel che è di Alien, la Asylum decide di optare per il basso profilo, con la tipologia di film meno impegnativa e più economica che ci sia, ovvero il found footage.

In questo caso la trama consiste in una spedizione nella giungla del Belize, in cui un gruppo di militari locali e americani capitanati dalla versione low cost di Stanley Tucci, accompagnati da una giornalista bionda che scrive bestseller e il suo cineoperatore, partono per recuperare due scienziati occidentali di cui non si ha più traccia; ovviamente con le peggiori conseguenze possibili e immaginabili. E questo non solo nella finzione del film, ma metacinematograficamente anche per quanto riguarda il film in sé, a cui purtroppo mi vedo costretto ad affibbiare un giudizio negativo. Questo perché l'idea della spedizione che scopre le origini aliene dell'umanità poteva essere veramente una buona idea, se sviluppata in modo corretto, persino con un formato dal taglio sensazionalistico da due soldi come il found footage. Ma la cosa è stata messa in scena in modo veramente povero e disarmante: quello che ci si ritrova a vedere è gente che viaggia nella giungla a casaccio, ogni tanto incontrano qualcuno, ogni tanto vengono attaccati da qualche entità maligna così gli sparano addosso, ogni tanto qualche membro della squadra ci lascia le penne (o sparisce e riappare senza alcun criterio) nel totale disinteresse dei compagni d'avventura. A un certo punto addirittura i nostri si ritrovano dentro una specie di astronave atterrata nella giungla, di fronte alla quale non provano assolutamente alcuno stupore e anzi pur essendo di fronte a qualcosa di così sensazionale che dovrebbero rimanerci di stucco a un certo punto un membro della squadra ruba un reperto archeologico dall'astronave facendo scattare allarmi, trappole e antifurti come il più coglione degli Indiana Jones. E poi, sta storia delle origini aliene: si poteva disseminare qualche indizio in più qua e là durante tutto il film, giusto per suscitare ogni tanto un po' di curiosità nello spettatore; e invece tutto quello che si ha a tal proposito è praticamente che a un certo punto trovano un teschio oblungo coi dentoni affilati e gli ultimi trenta secondi del film in cui la biondina spiega agli interessatissimi soldati che il teschio non è di questo mondo ma ha lo stesso DNA di noi umani e che quindi l'umanità discende dagli alieni. Punto. Ah, il perché gli alieni attacchino a sproposito sti malcapitati resta e resterà un enigma insoluto.

Insomma, un mix di trama inconsistente (e sviluppata quel minimo che basta per poter dire che è un film invece che delle riprese montate quasi a casaccio) e una messa in scena di una pochezza estrema (penso che più del 50% del film consista nel vedere i soldati che dicono ai giornalisti e agli scienziati di tener giù la testa) non possono far altro che originare un prodotto che chiaramente non raggiunge la sufficienza. Mi dispiace perché Mark Atkins è probabilmente il regista abituale della Asylum che preferisco (assieme a Rachel Lee Goldenberg), e penso che ci fosse veramente un principio di buone idee, perlomeno sul versante tecnico (come quella delle due telecamere che impedisce così una prospettiva monodirezionale e troppo noiosa su quel che si vede). Ma ho il dubbio che in questo caso l'obiettivo del film era più che altro farsi una vacanza in sudamerica, perché quel che ci si ritrova davanti è una versione pezzente, fin troppo pezzente, di Predator (anzi, direi de Nella terra dei cannibali di Bruno Mattei).

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